Università degli Studi di Ferrara 
Dipartimento di Scienze Biomediche e Chirurgico Specialistiche 
Sezione di SCIENZE NEUROLOGICHE PSICHIATRICHE E PSICOLOGICHE 
Coordinatore: Prof. Enrico Granieri

Tradizionalmente si credeva che ogni area del cervello fosse pre-assegnata ed in qualche maniera “obbligata” a svolgere particolari compiti e funzioni e che quindi, perduta quella determinata area di cervello, sarebbe andata perduta irrimediabilmente anche quella funzione.

Un po’ come quando in uno schermo pieno di luci si rompono alcune delle lampadine che lo compongono, lasciando al loro posto una macchia nera priva di colori. Negli ultimi decenni invece la ricerca non solo ha dimostrato che il cervello non è una struttura statica, impermeabile agli stimoli esterni, ma ha fatto avanzare l’idea che porzioni di corteccia potessero essere ridestinate ad altre funzioni e che dunque la corteccia stessa fosse più plastica, e molto meno programmata, di quanto si credeva in precedenza.

Per comprendere cos’è la plasticità neurale (o neuroplasticità) occorre anzitutto capire cos’è una sinapsi.

Una sinapsi non è altro che il collegamento che si viene a creare tra due neuroni attraverso i loro prolungamenti (assoni o dendriti). A livello della sinapsi il primo neurone (neurone pre-sinaptico) rilascia, in quello che è definito “spazio inter-sinaptico”, un neurotrasmettitore, una sostanza in grado di legarsi al secondo neurone (neurone post-sinaptico) e di attivarlo o di inibirlo. Nel nostro cervello possediamo, in età adulta, tra i 10 ed i 100 miliardi di neuroni, ciascuno con migliaia di connessioni reciproche per un numero vertiginoso di sinapsi ed è grazie al continuo rimodellamento di queste connessioni che il nostro cervello è in grado di comprendere nuove informazioni, di immagazzinarle e quindi di far fronte alle variazioni che gli si presentano.

La plasticità neurale è quindi quel processo biologico che sta alla base dei meccanismi di apprendimento e di memorizzazione. Inizia durante il periodo gestazionale per continuare poi per il resto della vita ed in ogni
persona, sia malata che sana. Il momento più delicato di questo processo di maturazione del sistema
nervoso si verifica tra i 6 e gli 8-10 mesi di vita. Si è infatti visto, grazie agli studi di uno psicoanalista
austriaco, Renè Spitz, che i bambini che in quella fascia di età non venivano adeguatamente stimolati dalla
relazione materna o dall’ambiente in cui crescevano, sviluppavano deficit cognitivo-motori poi
irrecuperabili. Viceversa, bambini cresciuti in un ambiente stimolante sia da un punto di vista cognitivo che
affettivo, maturavano in maniera armonica. È un processo che ha il suo culmine nell’infanzia ma che non si esaurisce lì, anche adulti ed anziani infatti sono investiti dal processo di neuroplasticità ogni qualvolta si trovino ad affrontare nuove esperienze o acquisire nuove nozioni.

Accanto a questi ruoli fisiologici la plasticità sinaptica si è trovato essere fondamentale anche per il
recupero in seguito ad eventi morbosi come possono essere gli accidenti cerebro-vascolari e le malattie
neurodegenerative. L’idea di un cervello “plastico”, cioè plasmabile e malleabile da stimoli e sensazioni che
gli provengono dall’esterno (ma anche dall’interno) è alla base dell’idea che malattie neurologiche con
perdita irreversibile di determinate funzioni corticali o sottocorticali possano avere un decorso clinico
migliore grazie al rafforzamento delle sinapsi superstiti o grazie alla creazione di nuovi circuiti sinaptici
vicarianti quelli perduti. Questo è, in parole molto semplici, il pensiero che sta alla base degli schemi di
riabilitazione motoria, sensoriale o cognitiva di malattie come la Malattia di Parkinson, la Sclerosi Multipla, le Paralisi cerebrali infantili, le Demenze, etc. .. Diviene importante, nel contesto di tali patologie, cercare , selezionare gli stimoli più adatti ad attivare determinati circuiti motori o sensitivi: tanto maggiore e continua sarà l’attivazione sinaptica di tali circuiti, tanto migliore sarà la riuscita in termini clinici ella riabilitazione e quindi il benessere per il paziente. Per questo è di fondamentale importanza, accanto al a terapia farmacologica, la integrazione con la fisioterapia, l‘attività motoria adattata e gli esercizi che
implementano equilibrio, movimento e coordinazione.

L’attivazione e la facilitazione delle aree motorie e sensitive danneggiate è ulteriormente implementata se,
contemporaneamente all’attivazione di queste aree, si coinvolge un’ulteriore struttura nervosa: il sistema
limbico. Come dice la parola stessa (limbus, cioè “bordo, limite”) è un sistema che anatomicamente si o e
al limite tra le strutture corticali e sottocorticali e che risulta fondamentale nell’attivazione dei circuiti del piacere e della gratificazione, di estrema importanza nel permettere l’apprendimento di nuove nozioni o nel ripristino di funzioni andate perdute. Ecco allora che nelle proposte di riabilitazione e di attività adattata è importante che lo stimolo non venga gettato in maniera asettica al paziente, ma venga caricato anche del colorito emotivo adatto ad attivare il sistema limbico, grazie sia all’abilità del terapeuta sia all’aiuto di stimoli gradevoli e piacevoli.

Diviene anche importante, e questo soprattutto nella riabilitazione delle malattie croniche disabilitanti,
cercare di evitare la monotona ripetizione dei medesimi gesti ma adoperarsi per variare il più possibile gli stimoli che provengono dall’esterno: leggere, cantare, camminare, andare in bicicletta, ascoltare musica,
vivere esperienze in gruppo divengono strumenti che potenziano l’efficacia del recupero funzionale e della
riabilitazione, grazie all’attivazione del sistema limbico. La frase di Sant’Agostino “si conosce solo ciò che si
ama”, in un contesto certo del tutto diverso rispetto a quello che stiamo trattando, esplica il concetto c e
se uno stimolo è emotivamente piacevole s’imprime con maggior vigore nel nostro cervello, fa cioè mutare in maniera più stabile le connessioni sinaptiche.

Tra gli stimoli che maggiormente attivano il sistema limbico troviamo la musica. La musica gioca un ruolo i
primo piano nell’attivare il sistema limbico e la plasticità neurale, forse perché a differenza della parola,
della scrittura o delle immagini non necessita del processo analitico e di scomposizione dello stimoloche
richiedono queste azioni e può essere “goduta” in maniera spontanea, tanto dai sani quanto dai malati. Da
qui il fiorire anche a Ferrara di discipline come le proposte di attività motoria adattata con stimoli
emotivamente positivi, la musicoterapia, la cantoterapia, la danza ed altre metodiche che cercano di
combinare l’aspetto puramente correlato allo stimolo motorio a quello ludico di queste forme d’arte che
stanno dilagando in palestre, e più di recente anche in ospedali e altre strutture riabilitative.

Si ottengono migliori risultati non solo con uno sforzo minore ma anche con piacere. La sfida per neurologi, fisiatri, fisioterapisti, laureati in scienze motorie, logopedisti, psicologi e quanti altri siano coinvolti nel mondo della sanità, consisterà appunto nel coniugare i normali esercizi a stimoli sempre nuovi che siano piacevoli ed emotivamente positivi.

Questo discorso vale in particolar modo per una malattia come la malattia di Parkinson dove il movimento
è reso sempre più difficile e diviene spesso impossibile per una riduzione dell’iniziativa motoria e della
rapidità dei movimenti, a fronte di strutture periferiche praticamente intatte. La piacevolezza della musica,
la ritmicità che cadenza il ballo o le emozioni che suscita la parola cantata possono attivare, per il tramite
del sistema limbico, circuiti neurali che altrimenti rimarrebbero sopiti e, rafforzandoli, migliorare la vita di
tali pazienti.

Condividiamo sul nostro sito l’articolo pubblicato dal Gruppo Estense Parkinson a questa pagina:  http://www.parkinson-fe.it/le-attivita-che-stimolano-la-plasticita-di-mattia-fonderico-e-enrico-granieri 

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